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La notizia relativa alle dimissioni di Steve Jobs da CEO di Apple ci ha rattristati tutti. Per un uomo che ha ottenuto così tanti successi e che ha dato tanto al settore, il dover farsi da parte per motivi di salute è doloroso così come è una perdita tremenda per l’industria tecnologica e per il mondo l’uscita di scena di una mente creativa al top della sua ispirazione. Senza la sua innovazione e purezza di vision staremmo ancora usando una versione rivisitata del Nokia 1200 con qualche arcaico sistema operativo Symbian.
Ho lavorato con Steve solo una volta, in occasione del lancio di NeXT. Era tanto carismatico quanto puntiglioso. Uno showman nato ma anche una persona che si accostava alla tecnologia quasi religiosamente. E non sopportava gli incompetenti, come qualche giornalista ho scoperto a sue spese.
Ho anche lavorato con la Apple a Cupertino agli inizi degli anni ’90, nel periodo in cui Jobs non era presente. Ma il suo spirito pervadeva il posto come il fantasma di Banquo nel castello di Glamis. Gli ingegneri erano intenti a sviluppare software, alimentando lo stile “folle ma fantastico” ma, come un’orchestra senza direttore, eseguivano brani mediocri che rinnervosivano gli spettatori. Erano i tempi del Newton e del fallimento nella progettazione e nell’usabilità che rappresentava, di strane coalizioni per provare a contrastare Microsoft e di un market share solo del 3%.
É lecito quindi chiedersi se, in assenza di Steve Jobs, la Apple sia destinata a ripetere la sua discesa nell’anarchia ingegneristica e nel tumulto tecnologico. Credo fermamente che non sarà così, per tre ragioni:
Primo, non si tratta della Apple dei primi anni ’90, periodo in cui Jobs era stato messo da parte e poi defenestrato da un consiglio di amministrazione che credeva che i fondatori dovessero lasciare spazio a manager di professione. Jon Scully, l’uomo scelto come CEO, sembrava intento a sradicare la cultura che Jobs e Wozniak avevano creato, e questo fu la causa principale dei problemi che di lì a poco seguirono.
Oggi non è così. Jobs ha lasciato come CEO, ma rimane Presidente e attorno a lui c’è un team di senior che lui stesso ha selezionato e forgiato nel corso dell’ultimo decennio. E cosa più importante, il nuovo CEO è Tim Cook, che ha la fama di essere un grande leader e un ottimo imprenditore.
In secondo luogo, il mondo è cambiato rispetto al 1985, anno del “colpo di stato” che costrinse Jobs a dimettersi la prima volta. All’epoca Apple si trovava a fronteggiare gli assalti furibondi di un settore che si era coalizzato attorno a Microsoft e che era determinato a imporre standard globali a danno, quasi fatale, di Apple.
Apple fare deve affrontare la forte concorrenza di Google, ma il mondo è aperto più che mai in termini di piattaforme e interoperabilità e questo gioca a favore della grande forza innovativa di Apple.
Infine, Apple ha creato un ecosistema invidiato da tutte le aziende tecnologiche del pianeta. Attraverso iTunes e l’AppStore raggiunge e serve community che si affidano ad Apple. Ciò non significa che non possa perderle, tuttavia la verità è che a Cupertino dovrebbero commettere errori madornali per scialacquare quanto di buono è stato fatto e perdere i favori di questa audience consolidata. Onestamente non credo che questo possa succedere.
In un certo senso, lo zelo quasi religioso di Jobs per la tecnologia ha creato una congregazione mondiale. Come ogni chiesa, l’azienda dovrà superare scismi, riforme e cambiamenti di leadership, ma sopravviverà.
Julian
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